Estratto
Non siamo abituate alle confidenze. Non a quelle dei segni scoperti. Non rammento nessuna parola che in tanti lunghi anni mi facesse capire, senza veli, quanto io contassi per te. Solo azioni. “L’amore è nei fatti” eri solita dire. Mai ho visto i tuoi occhi inumidirsi o accendersi in uno slancio. La rotondità del tuo volto solo un inganno, la pelle morbida che ti avvolge solo una trappola. Sei stata un cielo ruvido. Come le tue mani. Mi sono davanti come l’ultimo tuo inganno. Il più tagliente. Queste mani ora sembrano non appartenerti. Di chi sono? E tu chi sei? Sei appena ritornata, rinsavita da un ictus che ti ha portata, per la seconda volta, lontana da me. Di nuovo tra le tue cose, ma le tue cose ora non ti riconoscono. Io non ti riconosco. Mi sono sempre chiesta dove finiscano i pensieri, quando non sanno più dove abitare, e in quale remoto angolo del mondo vengano sbattute le cose che quei pensieri hanno amato e voluto per sé. Non mi hai riconosciuto. Questa volta no. Questa volta il sangue ti ha tradito, ci ha tradito. Non ha tenuto conto di noi. Ha invaso il tuo cervello, lasciando di te solo quelle ruvide mani. Un destino tardivo le consegna ora a me, tardiva testimone della tua ruvida vita, tardiva come la mia nascita. Sono arrivata nella tua carne dopo quarantotto anni di giorni passati a pensare altro. Non prevista, ho invaso il tuo fragile campo e ne sono diventata l’ultima promessa.“L’ho avuta a quarantotto anni” amavi ripetere. A chiunque. Ti ho a ottantasei anni, i tuoi ottantasei anni. Ti ho ora che sei altro da me, ora che sono nient’altro che pioggia dissipata, orizzonte frantumato di te. Ti ho avuta e perduta nell’istante in cui non hai saputo dare un nome alla mia fronte, non prima, non dopo. Ti ho avuta quando i tuoi pensieri hanno smesso di essere pensati. Nella stanza in penombra preparata per il tuo ritorno, ogni cosa ti ha atteso. Il mobilio ormai desueto, il vecchio lampadario di finti swarovski, la tendina a vetri finemente ricamata. Sul tuo comodino- la colonnetta, come usi dire tu- il centrino colore ecrù fatto a mano da te, così pure sul monumentale comò, addossato alla parete di fronte, sormontato da marmo biancastro. In un angolo, sui braccioli incurvati di un vecchio sofà, uno scialle carta da zucchero, sdrucito. Come il mio sguardo. Non il tuo, che adesso si è tinto di un’aria vagamente infantile, perdutamente dolce. Straniante. Il bianco della tua mente mi turba e mi cattura. Mi chiedo se anche la tua anima abbia preso a tingersi di bianco, la tua anima di pietre aguzze. Mi chiedo se non sia quello che hai sempre sperato. Ho avvertito spesso, fin da bambina, nei racconti della tua vita, un sottinteso desiderio di oblio, l’inconfessata voglia di azzerare ogni partita, quelle perse e quelle vinte. Perché voltarsi indietro, a volte, è come trascinare raggi sepolti. Mi stai chiamando. Non me. Chiami altri, con nomi diversi, sconosciuti. Mormori qualcosa che non so comprendere, non perché non sia chiaro. La sfera del linguaggio, dicono, non è stata intaccata. La tua lucidità sì. Sto imparando a stare con la tua verginità, stretta in questa mia nuova pelle, assuefatta all’ombra che vuoi che io sia. Forse è proprio questo che dissolve ogni ostacolo. Privata di me, posso sfidare il varco. Privata di te, il tuo varco finalmente si libera. Adesso non siamo null’altro che immagini di noi, in cerca di nuova consistenza. E la troviamo, infine. Un patto d’amore, una trasfusione insperata. Sto attenta che nessuna tua parola, nel suo insensato vagare, vada perduta. Riannodo, paziente, i fili di una trama scomposta e, mentre lo faccio, in un punto del cuore, io so che riannodo la trama scomposta che è dentro di me. Ti do la mia voce.
A Villarosa gli inverni trascorrevano sempre uguali, come l’estate, come le altre stagioni. Una fissità rassicurante che avvolgeva le vite malsicure di tanti e, tra queste, quell’anno, la tua. Intorno a te la povertà di tempi difficili, ancora impregnati di guerra. Dentro di te lo spazio intatto dell’infanzia. Eri nata in una famiglia di contadini, eppure andavi vestita sempre con gusto, come le altre tue sorelle. Nei giorni di festa, quando in paese c’era lo struscio, indossavi scarpe nere di pelle lucidissima, un grande nastro tra i lunghi capelli e un altro stretto intorno alla vita di un vestito a balze, del colore che hai continuato, anche dopo, ad amare: carta da zucchero. A fasciarti il petto un fitto nido d’ape, à la page. Il resto dei giorni si compiva nell’attesa di quel bagliore. Tegole e spighe. Questo era Villarosa. Filari di pietra spiovente lungo strade tutte in salita. Distese di grano a perdita d’occhio e acque sapide e dolci a segnarne il confine. Il rosso della vita lo hai vissuto qui, in questa lingua di terra chiusa tra due fiumi opposti. Fino a quell’inverno del 1920.
Premi



Recensioni

Recensione di Giovanni Di Benedetto pubblicata su Palermo Grad.
Può un libro di letteratura, senza alcuna ambizione esplicita di impegno militante, ma tutto incentrato sul rapporto intimo e quasi interiore tra una figlia e sua madre, dire sulla realtà sociale della Sicilia a cavallo tra la prima e la seconda metà del Novecento più di quanto possono fare decine di romanzi ideologicamente schierati, ma anche libri di inchiesta, manuali storici e saggi di taglio sociologico? Si tratta di una scommessa arrischiata, non c’è dubbio, non è facile venirne fuori dimostrando che l’azzardo ha pagato, ma è quello che forse può accertare chi si appresta a leggere (Fondazione Mario Luzi Editore, 2017), premio letterario internazionale Mario Luzi nel 2016 per la sezione del romanzo inedito e opera prima di narrativa della scrittrice e poetessa palermitana Giusi Russo (sua è la raccolta poetica , Edizioni Il Filo, 2003). Il romanzo di Giusi Russo testimonia che un’opera di narrativa, il cui registro stilistico si muove entro un esplicito richiamo all’accuratezza formale dei grandi classici della letteratura, può offrire uno sguardo autentico e sincero non solo sulle grandi contraddizioni storiche di un’epoca, ma pure sulle profonde strutture mentali e le laceranti idiosincrasie di un intero mondo sociale, con le sue tradizioni, i suoi linguaggi, le sue culture. Il dono della letteratura risiede, in fondo, nella sua capacità, inafferrabile e misteriosa, di non lasciarsi incasellare dentro precise strutture formali e inaccessibili dominanti stilistiche, le quali, a lungo andare, finiscono per rivelarsi infide e insincere. A pensarci bene, ciò che davvero conta appartiene all’effettivo uso della lingua, come può ben testimoniare la stessa cultura letteraria del Novecento. Inseguendo il filo rosso di questi pensieri, si è sviluppata così l’attenzione di chi scrive nei confronti dell’opera letteraria della Russo, attenzione che, in alcune parti del testo, è stata scaturigine di commozione e stato sentimentale. Il libro rimanda a un mondo di voci, pensieri, parole che risiede tra il mito di una Sicilia arcaica e contadina e il reale di una modernità che viene dipinta, anch’essa, come foriera di laceranti contraddizioni. Le vicende narrate si dipanano dagli anni ’20 agli anni ’60 del secolo scorso, precisamente il 1962, quando nasce la figura che nel libro assume il ruolo della voce narrante, la figlia di una donna, Salvina, ormai anziana e incapace di ragionare. Nel libro è la rappresentazione di una generazione nata nel primo dopoguerra, che viene dal mondo dei vinti e che, ceto subalterno, si dibatte disperatamente e vigorosamente nel tentativo di riuscire a rimediare alla penuria attraverso il soddisfacimento dei più elementari bisogni materiali. Il padre di Salvina è un misero contadino di Villarosa che, sciagura nella sciagura, muore prematuramente, condannando la figlia a una fanciullezza trascorsa nella cattività di un collegio religioso. Da questo limite l’orizzonte temporale entro il quale si svolge il racconto si prolunga fino alla soglia di quel mondo nel quale, fuoriusciti dalla povertà più arcaica e profonda, i protagonisti del romanzo possono cogliere la conquista, ancora timida, di un certo agio qual è quello che si profila attraverso l’irruzione della Un quadro storico che fa da sfondo alla minorità dei subalterni e, tra i subalterni, alla condizione gregaria e asservita del genere femminile. Dunque, la marginalità e, a un tempo, la centralità della differenza di genere: se c’è un tratto peculiare che caratterizza la narrazione è quello di ruotare tutta attorno a figure femminili. Innanzitutto il rapporto tra Salvina e sua figlia, un rapporto di reciproco rispecchiamento incentrato sulla stesura di un diario. Ma poi anche suor Veronica, Mariuccia e Rita. Il femminile è la cifra autentica di questo libro e, in quanto tale, fonte di una certa inquietudine perché racconto sul genere e del genere e fondativo di una lingua alternativa a quella del potere maschile. Non è un caso allora se la rappresentazione dei personaggi femminili dell’opera, con i loro lineamenti, i loro contorni e le loro scelte di vita risulta meglio definita della descrizione dei personaggi maschili. Unica eccezione, che consente di tirare un sospiro di sollievo a chi ha a cuore, dopo l’evaporazione del padre, l’elaborazione di un simbolico alternativo a quello patriarcale, sembra essere rappresentata dal Conte Bellasperanza, la prima figura maschile descritta a tutto tondo. Tuttavia, non a caso, si tratta di una figura che esprime le fattezze della diversità, la faccia sparuta di uno
strampalato qualunque (p. 204), una condotta fuori contesto e che a fatica si relaziona, abituato alle buone maniere (p. 204) con la realtà sociale e culturale che la circonda. La sua foggia più importante è data dalla sua inaspettata limpidezza, la lucida accoglienza di un cuore già approvato , il suo essere, con la sua forza, un mare rassicurante (p. 216). La narrazione si dipana prendendo a tema, implicitamente, la rivendicazione della protagonista a gridare il proprio diritto di esistere, differente e purtuttavia uguale agli altri, accedendo così all’effettuale processo esistenziale del divenire soggetti. Attraverso la stesura abborracciata del proprio diario, Salvina acquisisce consapevolezza della propria identità, della propria fragilità e della propria forza. Il tempo insegue le sue viole, senza mai sentirne il profumo (p. 146), aveva sentito dire. E quella massima, rielaborata a modo proprio, era entrata nel diario, era stato l’atto, forse inaugurale, di un’intrusione, di un patto vellutato, appunto come le viole (p. 146), con il figlio più amato. In fondo, la stesura di un diario serve proprio a questo, a oggettivare il proprio sé, a prenderne le distanze e a rielaborarne il fine esistenziale. La scrittura, e le parole che in essa si materializzano, si rivelano un potente strumento di emancipazione soggettiva, ancor prima che intellettuale, una sorta di prisma attraverso il quale si rifrangono desideri, passioni, delusioni, ma soprattutto il dolore per la morte di ciò che è più caro, i propri figli, prima Angelino e Angela, poi l’amato Stefano e infine Michelino. E tuttavia, in Salvina, piena di ricchezza sentimentale e di contraddizioni paralizzanti, emerge, prepotente, lo sforzo disperato e testardo di esistere, così acuto da rappresentare la cifra più significativa della sua esistenza. Peraltro, tutto il territorio della narrazione è attraversato, oltre che dallo sfondo autobiografico che lega il passato al presente, da figure la cui identità è lacerata e scossa sin nel profondo. Ne sono testimonianza, come si è detto, la vicenda della protagonista, la cui storia viene narrata nel momento in società dei consumi. evaporazione del padre la faccia sparuta di uno strampalato qualunque abituato alle buone maniere inaspettata limpidezza la lucida accoglienza di un cuore già provato un mare rassicurante Il tempo insegue le sue viole, senza mai sentirne il profumo come le viole cui, già vecchia e irrimediabilmente malata, viene assistita dalla figlia che ne assume la supplenza, ma anche quella del marito, Giacomo, ferroviere sempre in cerca, da un casello all’altro, di un approdo definitivo. E, inoltre, le vite spezzate dei figli, Stefano innanzitutto, che con il loro tragico epilogo segnano la scansione temporale degli eventi e il ritmo stesso della narrazione. Il romanzo di Giusi Russo contiene una preziosa qualità, oggi piuttosto rara tra chi si occupa di partorire libri. Si tratta della scrittura, della sua forma e del suo ritmo. La ricerca linguistica è meticolosa e scrupolosa, la cura lessicale attenta e pregevole. In un tempo in cui, nel nostro Paese, la forma stilistica della narrativa ha assunto un canone che troppo spesso si limita semplicemente a riprodurre un italiano stereotipato, scontato e convenzionale, la nostra scrittrice sente il bisogno di dare voce a un registro narrativo cólto e ricercato, ma nient’affatto artificioso e di maniera. Non c’è nessuna vanità in questo impegno, esso assume piuttosto la veste dello scavo psicologico, della ricerca interiore. La parola e il linguaggio sono adoperati come uno strumento, artigianale e poetico insieme, per dire il mondo, per misurarsi con esso, per decifrarlo, combatterlo e cambiarlo. Il talento di Giusi Russo, nella sua estenuante cura per la forma letteraria, ci racconta di quanto sia difficile e faticosa la strada della scrittura. Come un vero e proprio atto terapeutico, il dispositivo messo in opera nella scrittura insegna a stare con se stessi per dialogare con la parte abissale del sé, per sprofondare in quel versante remoto dell’anima da cui fare scaturire l’indicibile.
Recensione di Francesca Luzzio pubblicata sul Blog UNIPOP.
Chilometro 9 è un romanzo complesso, difficile da ascrivere a uno specifico sottogenere letterario: è storico perché c’immerge in momento storico ben determinato: dagli anni venti, primo dopoguerra, agli inizi degli anni sessanta; è sociale perché descrive in modo realistico le condizioni di vita dell’epoca, la miseria, in particolare, che dopo la prima e la seconda guerra mondiale, allignava nella maggior parte delle famiglie; è psicologico perché ci fa entrare nel cuore e nella mente dei protagonisti. Quest’ultima identificazione di genere è forse la più pregnante perché la narratrice propone al lettore una costante immersione nel modo di essere, di sentire dei personaggi, sia che l’azione determini il sentire e le conseguenti riflessioni o il sentire l’agire. Un monologo, o forse meglio un soliloquio di una figlia accanto al letto di sua madre, colpita da ictus, un soliloquio che si intreccia a moltissime pagine di narrazione in cui la storia di mamma Salvina e della sua famiglia, di quella dei suoi genitori e delle persone che ruotano intorno a loro vengono narrate ora in posizione omodiegetica, principalmente nel soliloquio con la madre, che è distinto anche graficamente attraverso il corsivo, ora in posizione eterodiegetica , soprattutto quando la figlia-narratrice espone la storia della famiglia di sua madre o quella dei suoi nonni, insomma quegli eventi che le sono stati raccontati e non personalmente vissuti, oppure letti nel diario della mamma. Gli spazi in cui si svolgono i fatti, se prescindiamo dalla stanza di ospedale, sono vari: la casa della famiglia dei D’Amelio, a cui Salvina viene affidata dopo la morte del padre, il collegio delle suore, dove incontra l’amicizia di Rita, ma anche il primo amore, il primo invaghirsi, di lui , di quel postino che sbirciava dalle persiane al suo puntuale arrivo e poi i vari caselli ferroviari dove lavora Giacomo, il marito proposto-imposto successivamente a Salvina, sino a quell’ultimo casello ”Chilometro 9” di Ficarazzi. “Chilometro 9” è anche il titolo del romanzo, a sottolineare l’importanza- chiave di quest’ultimo casello, poiché qui viene concepita la figlia-narratrice, quando Salvina ha già 47 anni e, ormai anziana per partorire ancora, dopo la nascita di tanti figli, alcuni dei quali morti ancora bambini, vorrebbe abortire, ma poi la sua coscienza glielo impedisce e così lei può, come si legge nell’ultima pagina- soliloquio del romanzo ”ancora essere il suo sé più coraggioso, il più caparbio, il più attaccato alla vita”. Se la dimensione spaziale è eterogenea, altrettanto può dirsi di quella temporale, giocata attraverso un continuo mescolarsi di piani, cosicché il tempo della narrazione s’intreccia di continuo con il tempo dei fatti, in modo da permettere di fondere insieme il piano della narrazione con quello della riflessione sugli eventi narrati; così avvenimenti e pensieri si confondono sino a sovrapporsi nell’interiorità della narratrice , in una perfetta corrispondenza non solo tra passato e presente, ma anche tra esperienze reali ed esperienze interiori, tra esterno ed interno della coscienza. “Chilometro 9” mi ricorda tanto “ Marcel Proust e la sua opera “Alla ricerca del tempo perduto”, infatti anche qui il passato progressivamente emerge , ma a farlo apparire non è un banale biscottino, una madeleine, ma la madre in carne ed ossa, anche se ridotta ad un essere pressoché vegetale, insomma lei è l’occasione che permette la proiezione letteraria della condizione psicologica e delle conseguenti riflessioni di cui nessun nucleo narrativo può considerarsi privo e che, in un flusso continuo, mescolano passato e presente in una realtà di coscienza irriducibile all’istante vissuto e, pertanto, definibile bergsoniana durata. In questa prospettiva il tempo non distrugge, ma è anzi la forma in cui noi diventiamo padroni e consci e cogliamo il senso più profondo della realtà. Sono le considerazioni di Salvina, le pagine del suo diario scritte con mano incerta, le riflessioni della figlia che legge in sé e nel cuore e nella mente di sua madre, a fare emergere la durezza della vita nel suo proporsi sempre uguale e diversa del trascorrere dei giorni che solo attraverso la forza dell’amore, possono trovare riscatto e indurre a trovare l’energia per continuare ad essere e ad esserci, come Heidegger propone; anche di fronte alla morte che, incauta e crudele, spesso s’insinua a turbare la normalità o la tentazione di darla, come quando Salvina vorrebbe abortire, la forza incontrastata dell’ amore vince: “cosa ha l’amore del resto se non il suo essere totale, stupidamente totale?” pensa infatti la figlia nell’esternare già dalla prima pagina del romanzo, alla madre inerme sul letto, la totalità della sua dedizione del suo amore; “ora però non prima “, si legge poi nell’ultima pagina del libro, ”ora che attraversandoti, ho attraversato me e latitudini spaesate più vere del mio stesso sangue. Non io ho raccolto te madre. Tu hai raccolto me”, ora che l’ha conosciuta attraverso il suo diario, ora che l’ha attraversata, con la narrazione del suo essere e della sua essenza. Si comprende bene da quanto detto che lo schema logico della narrazione riguarda la narrazione degli eventi vissuti, mentre la condizione iniziale e finale dello stato emotivo- sentimentale nel rapporto madre-figlia è identico alla fine e all’inizio del romanzo, sicché, a livello narratologico, si può parlare di circolarità strutturale, ma a livello esistenziale è stato necessario, “quell’attraversamento” di cui prima si è detto prima, grazie al quale madre e figlia hanno trovato una nuova consistenza, hanno realizzato ”un patto d’amore, una trasfusione insperata” (pag.14 ) Il tema del rapporto madre-figlia è ampiamente presente nella letteratura e variamente proposto e, volendoci fermare alla contemporaneità, basta ricordare i nomi di Dacia Maraini, Lella Romano, Francesca Sanvitale e, sicuramente Giusi Russo si annovera tra tali scrittrici che hanno saputo cogliere in alcuni loro romanzi l’eterogeneità del proporsi e realizzarsi del suddetto rapporto. Lo stile dell’opera è scorrevole, chiaro, talvolta impreziosito da qualche elemento dialettale, ma soprattutto da un lirismo intenso, sicché si può anche parlare di prosa lirica. Fondazione Mario Luzi Editore Francesca Luzzio
Interviste
Intervista di Gabriella Maggio – Blog Lyons International
Come è avvenuto il passaggio dalla poesia alla narrativa?
Non si è trattato di un passaggio improvviso. D’altra parte dietro ogni cambiamento vi è sempre un lungo processo di elaborazione, un percorso tutto interiore, ancor prima che esteriore. Diceva Proust : “Il romanzo essenziale esiste già in ognuno di noi”. Credo che un certo andamento, per così dire, narrativo rinvenibile nel mio modo di verseggiare possa essere letto, oggi, come la spia rivelatrice di una vocazione incoercibile al romanzo. Vocazione che, tuttavia, non ha rinunciato del tutto alla poesia. Da qui il timbro lirico della mia scrittura narrativa. Due amori, dunque, che convergono.
Sei una scrittrice metodica e ordinata o il contrario?
Cerco di darmi una disciplina. Sono fermamente convinta che quello che romanticamente si chiama “dono del talento” debba tradursi in lavoro quotidiano. Solo così diventa fruttuoso. L’ispirazione non va attesa, ma cercata. Pervicacemente. I mezzi di questa incessante recerche sono due, a mio credere: lettura e solitudine. Bisogna che la Bellezza sia cercata nei grandi della letteratura e, nel contempo, dentro di noi. La penna può diventare un pungolo vorace, se sappiamo da quali fonti attingere il suo inchiostro.
Quali consigli daresti ai giovani che vogliono diventare scrittori?
Suggerirei loro di credere in se stessi. Spesso di fronte al foglio bianco si indietreggia, impauriti. Ma non è la scrittura in sé che incute timore; è, piuttosto, ciò che essa ha il potere di penetrare e disvelare, cioè noi stessi. Siamo nudi dinanzi al biancore di quella pagina che ci attende. Fragili eppure forti, se lo vogliamo. Direi ai giovani che la scrittura è un potente mezzo di autoconoscenza, perché scrivere è infilarsi in un cuneo e sprofondare. La scrittura insegna a stare con se stessi, per dialogare con la parte abissale di sé. La scrittura insegna ad essere coraggiosi, perché occorre tanto coraggio per fare emergere l’indicibile che, spesso, abita la nostra anima. Dal romanzo si evince che la maternità è un’esperienza fondamentale nella vita della donna.
Questo vale per il personaggio o anche nella vita di oggi?
La maternità è innanzitutto una categoria dell’anima. Uno sguardo aperto alla vita e la vita che sa farsi vaso accogliente. Intendo dire che ogni donna è madre, anche in assenza di figli. Credo che oggi la donna, per scelta, possa anche decidere di non mettere al mondo dei figli, mentre ineludibile rimane la sua attitudine a creare, a custodire. Voglio dire: la via della maternità è sempre preziosa, ma molteplici sono i modi con cui le donne possono decidere di percorrerla. Lo spazio della memoria nella vita Cosa siamo senza memoria? Realtà senza consistenza. Ce lo hanno insegnato i poeti, i filosofi. Il recupero memoriale non è mai ozioso né senza significato. Perché il passato, che lo vogliamo o no, ci definisce; fa di noi ciò che siamo oggi. Un uomo senza memoria è come un sonnambulo nella notte, senza luce né direzione. La giovinezza degli uomini è una ricca vecchiaia, parafrasando Pavese. La letteratura e la vita Be’, io insegno letteratura, mi nutro di essa. Sono alunna (in senso etimologico) di tanti autori che hanno accompagnato la mia crescita personale e culturale. Poeti, scrittori verso i quali conservo un grande debito di riconoscenza. Amici che, senza saperlo, mi hanno fatto del bene. Trovo che avere accesso alla letteraturasia dono e privilegio. Per questo trovo entusiasmante consegnare il mio sapere ai ragazzi, perché mi dà una possibilità: fare in modo che la Bellezza ( la stessa di cui parlavo prima) diventi bene condiviso e preziosa opportunità per tutti loro. Concorsi, premi e scrittura. La tua esperienza. La mia esperienza è assolutamente positiva. Con il mio romanzo intitolato “Chilometro 9” ho vinto il Premio letterario internazionale Mario Luzi 2016. L’anno successivo lo stesso romanzo è risultato finalista al Premio nazionale “Un libro per il cinema” e, qualche mese dopo, ha avuto la Menzione al merito Premio Internazionale Salvatore Quasimodo. Un bilancio, dunque, positivo, fin qui. È una strada, quella dei concorsi letterari, che va percorsa, a mio avviso. Per mettersi alla prova, per attingere nuovi stimoli e, perchè no, per arricchire il proprio curriculum , condizione essenziale, questa, se si vuole perseverare lungo la strada, difficile e non poco insidiosa, della scrittura letteraria.